di Alessandro Ferioli
Introduzione
Dal Pireo a Bad Sulza e a Leopoli
Il sistema del lager
Da Deblin a Sandbostel
Da Fallingbostel alla liberazione
Conclusioni
NOTE
(1) I tedeschi negarono ai militari italiani la qualifica di «prigionieri di guerra», utilizzando invece quella di Italienische Militär-Internierten («Internati Militari Italiani» o IMI), che precludeva loro di godere del trattamento previsto dalla Convenzione di Ginevra, e in particolare: di essere tutelati dalla propria Patria; di ricevere viveri, medicinali e vestiario dalla CRI; di avere ispezioni al campo da parte di enti ed istituzioni internazionali; per gli ufficiali di rifiutare il lavoro, e per la truppa di lavorare in condizioni dignitose.
(2) Le figure che i tedeschi riconoscevano in una certa misura tra gli internati, in analogia con l’articolo 43 della Convenzione di Ginevra del 27 luglio 1929, erano le seguenti: - negli Oflag un Anziano del campo (Lagerälteste) nominato dal Comando tedesco o eletto dagli stessi internati, e individuato normalmente nell’ufficiale di grado più elevato (o di maggiore anzianità di nomina o di età), nonché qualche Fiduciario preposto ai rapporti (inesistenti) con la CRI; - negli Stalag un Fiduciario scelto fra i sottufficiali anziani o fra gli ufficiali subalterni; - nei campi di punizione e di lavoro un intermediario generico o portavoce. Nella memorialistica le cariche suddette vengono spesso confuse, anche perché gli internati chiamavano le loro guide con il titolo di Comandante, più rispondente alle responsabilità assunte in contesto militare, e implicante anche il riconoscimento di una precisa funzione resistenziale.
(3) N. a Noli (SV) il 6 ottobre 1906 e m. a Genova il 30 luglio 1992.
(4) Per gli avvenimenti di quei giorni sono fondamentali le testimonianze del Comandante Brignole raccolte nella biografia di Pier Paolo Cervone, Comandavo la Calatafimi, Savona, Sabatelli, 1990, pp. 79 sgg.
(5) Cervone, op. cit., p. 89.
(6) Cervone, op. cit., p. 92.
(7) Gerhard Schreiber, I Militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma, Uff. Storico dell’Esercito, 1997, p. 518.
(8) Giuseppe Caforio e Marina Nuciari, «NO!» I soldati italiani internati in Germania. Analisi di un rifiuto, Milano, Angeli, 1994.
(9) Secondo gli autori, «si realizza una specie di catena di motivazioni di natura diversa che si sostengono a vicenda: l’ufficiale si sente vincolato al giuramento fatto, ai valori di lealtà e fedeltà alla Patria, e questi impegni lo spingono e lo sostengono nella decisione di non collaborare. Questi valori si trasmettono e vengono fatti propri dai soldati, i quali, sia consapevolmente, sia per adeguamento a una figura autoritaria cui si riconosce la capacità di scegliere per il meglio, prendono a modello i comportamenti degli ufficiali e ne fanno il comportamento selezionato e sostenuto dal gruppo» (op. cit., p. 42). A mio parere un tale meccanismo, ineccepibile in sociologia, andrebbe corretto tenendo conto che: 1) i tedeschi operarono fin dai primi giorni d’internamento per separare gli ufficiali dai soldati, e gli ufficiali in s.p.e. da quelli di cpl.; 2) come emerge da molta memorialistica, non sempre la truppa era disponibile a fare riferimento agli ufficiali per trarne esempio di condotta, persistendo una distanza sociale molto radicata. Da qui la necessaria riconsiderazione della figura dell’Anziano o del Fiduciario.
(10) Op. cit., p. 36 passim. Gli autori individuano difatti una motivazione che definiscono «rifiuto ideologico», e che collegano alle ideologie cattolica, marxista, liberale, nonché a una quarta “generica”. Dietro a quest’ultima ritengo che potrebbe in molti casi celarsi l’opera degli Anziani.
(11) Cervone, Op. cit., p. 103.
(12) Luigi Pasa, Tappe di un calvario, Napoli, Cafieri, 1969 (4a), p. 101 sgg.
(13) Orlando Lecchini, Per non chinare la testa, Pontremoli, Il Corriere Apuano, 1988, risp. p. 21 e p. 63. Lo stesso registra come, all’atto dell’insediamento di Brignole il 1°-4-’44, vi fossero però anche resistenze alla sua linea: «Sia il Comandante tedesco che il Comandante italiano esigono la disciplina. Ma quali scene nella nostra baracca: si contesta il diritto di imporre una disciplina» (p. 18).
(14) Luigi Pasa, Op. cit., p. 102. È appena il caso di rilevare come, per il suo comportamento nei lager nazisti – e specialmente a Sandbostel in occasione del rifiuto di rimpatriare – ai sensi della normativa vigente il Comandante Brignole avrebbe potuto a buon diritto ottenere una seconda medaglia d’oro al valore militare, della quale sarebbe stato pienamente meritevole senza dubbio alcuno.
(15) Il Ten. Odorizzi seppe dal vicino di letto di Thun che il Capitano era uscito dalla baracca portando con sé due orologi e alcune sterline, per cederli ai tedeschi in cambio di un po’ di alimenti per sé e per i compagni. Egli era la persona più indicata, in quanto conosceva bene la lingua, e si era esposto sempre a rischi elevati, sino appunto alla morte (Tullio Odorizzi, Un seme d’oro, Trento, Graf. Artigianelli, 1984, pp. 165-166).
(16) Giovanni Guareschi, Diario clandestino, Milano, Rizzoli, 1949, p. 88.
(17) Giovanni Guareschi, Ritorno alla base, Milano, Rizzoli, 1989, p. 79.
(18) Testimonianza del S. Ten. Carmelo Cappuccio, in Paride Piasenti (cur.), Il lungo inverno dei lager, Roma, ed. ANEI, 1983 (2), pp. 358-359.
(19) Testimonianza di Brignole, in AA.VV., Uomini e tedeschi, Milano, ed. per la Casa di Arosio, 1947, pp. 85-86.
(20) Cervone, Op. cit., p. 129.