Istituto Paritario Giacomo Leopardi
Home page - Cerca - Mappa
Indice del sito

Informazioni Generali
Dove siamo
Attività della Scuola
Organi Collegiali
L. 626
Ritiro diplomi e certificati
Didattica
Corsi
Piano dell'Offerta Formativa
Regolamento di istituto
Cultura
Deportazioni e internamenti di italiani nei lager del Terzo Reich
Campagna di Russia e prigionieri italiani in Russia
Deportazioni nei lager austro-ungarici 1915/1917
Il Novecento
Per una cultura della Pace
Petroniani illustri
Comunicazione
Novità
Motori di ricerca
Eventi di rilievo


 
Giuseppe Brignole: un comandante italiano nei campi di prigionia
Degli oltre 700.000 militari italiani internati nei lager del Terzo Reich all’indomani dell’8 settembre 1943, circa il 98% rifiutò qualsiasi forma di collaborazione con i nazisti e con la Repubblica Sociale Italiana, dando vita così alla prima forma di resistenza attiva di massa al nazi-fascismo. A provocare questo comportamento fu determinante l’opera dei Comandanti italiani nei lager, che funsero da motore primo della resistenza. Uno tra i più carismatici tra essi fu il Tenente di Vascello Giuseppe Brignole, che l'autore ha inteso onorare con questo articolo, pubblicato sul numero di marzo 2003 della Rivista Marittima - periodico della Marina Militare Italiana.

  

di Alessandro Ferioli

 

Introduzione

È noto come all’atto dell’armistizio proclamato l’8 settembre 1943, col quale si ordinava la cessazione di ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane, le nostre FF.AA. siano rimaste per almeno tre giorni del tutto prive di ordini operativi precisi, mentre di contro i tedeschi poterono mettere in esecuzione fin da subito senza indugi il loro piano Asse, che prevedeva l’annientamento delle forze militari italiane e l’occupazione dei punti di interesse strategico nell’Italia centro-settentrionale. Eccettuate le Unità che opposero immediatamente aperta resistenza ai tedeschi (e furono da questi distrutte) e quelle dislocate nei Balcani che confluirono nelle formazioni partigiane, circa 700.000 militari italiani, dipendenti da Comandi ancora privi di idee chiare sul da farsi, furono prontamente disarmati e raccolti dai tedeschi, i quali dal canto loro seppero utilizzare a tal fine i metodi più diversi, dalle minacce laddove si trovavano in superiorità numerica e materiale, sino alle più viscide lusinghe di un rapido ritorno a casa laddove gli italiani potevano invece risultare ancora temibili.

Lo scopo era chiaramente quello di rendere inoffensivi interi reparti, dalle Grandi Unità ai Battaglioni, che altrimenti sarebbero stati ancora in grado di battersi energicamente contro i tedeschi e al fianco degli Alleati, se soltanto fosse stato dato loro un ordine in tal senso. I 700.000, dunque, dopo avere rifiutato di aggregarsi ai tedeschi e proseguire la lotta in nome della causa nazi-fascista, vennero stipati su carri bestiame e avviati verso i territori del Terzo Reich, ove furono poi internati (1) nei lager, nei quali sarebbero rimasti per oltre venti mesi. Le autorità germaniche misero in atto tutti i tentativi possibili per indurli ad arruolarsi nelle FF.AA. tedesche o della RSI, o a lavorare in Germania in sostituzione dei lavoratori tedeschi chiamati alle armi. Gli strumenti usati per piegare gli internati – tutti mirati a debilitarne la costituzione psico-fisica – furono costituiti dalle caratteristiche dell’ambiente in cui essi furono costretti a vivere (il lager), dal trattamento materiale e morale loro inflitto, e infine dalla propaganda esercitata in maniera sistematica e martellante. Nonostante tutto ciò, quasi il 98% dei militari italiani (appartenenti a tutte le FF.AA., a tutte le Armi e Corpi) rifiutarono una qualsivoglia adesione ai voleri dei nazisti, opponendo un fermo «NO» che ebbe ed ha il significato di resistenza sostanziale e morale, valendo all’epoca come un vero e proprio referendum popolare spontaneo (primo in ordine di tempo) contro il nazi-fascismo.

Nel fronteggiare un tale insieme di circostanze opprimenti, mantenendo salda la fedeltà verso la Patria e la Bandiera, fu determinante la presenza nei lager di comandanti italiani scelti fra gli ufficiali più prestigiosi, di cui i tedeschi avevano intenzione di servirsi per fare leva sugli internati e convincerli ad aderire, ma che in realtà funsero spesse volte - all’interno dei campi e in qualità di internati essi stessi, con tutti i rischi che si possono immaginare - da motore e anima della resistenza (2).

Uno tra i più illustri di questi comandanti italiani fu indubbiamente il Tenente di Vascello Giuseppe Brignole (3).

 

Dal Pireo a Bad Sulza e a Leopoli

L’8 settembre sorprese il Tenente di Vascello Brignole nel porto del Pireo, dove era giunto con la Calatafimi quella stessa mattina, dopo una serie di missioni di scorta a piroscafi provenienti dalla Bulgaria; sarebbe dovuto ripartire in serata, ma subito dopo l’annuncio dell’armistizio si ritrovò l’imboccatura del porto chiusa e controllata dai tedeschi (4). Dopo qualche inutile tentativo di ottenere indicazioni da parte di alti ufficiali, dovette consegnare la Torpediniera al Capitano di Fregata Calda, riuscendo tuttavia a conservare con sé la Bandiera.

Brignole e il suo equipaggio trascorsero diciassette giorni sotto il controllo stretto dei tedeschi, chiaramente senza potersi allontanare, e pressati dalle continue sollecitazioni a continuare la guerra al loro fianco, sempre sulla Calatafimi e con gli stessi gradi, ma arruolati nella Marina germanica e con l’uniforme tedesca. A tali profferte venne sempre risposto in massa di no, e la determinazione di Brignole fu decisiva nell’imporre all’intero equipaggio, pur nel rispetto delle aspirazioni di ciascuno, una condotta ispirata al senso del dovere e della dignità.

Il giorno 25 i tedeschi caricarono gli italiani su carri bestiame e li avviarono alla volta della Germania settentrionale; per inibire ogni loro reazione, li avevano precedentemente ingannati sulla reale destinazione dei convogli, assicurando in ogni modo che li avrebbero condotti a Trieste. Il viaggio terminò invece il 12 ottobre a Bad Sulza, nello Stalag IX C, dove gli ufficiali vennero separati dagli altri soldati, e si procedette poi all’immatricolazione. Brignole da quel momento divenne – al pari degli altri internati – soltanto un numero: 50165. Due giorni più tardi i prigionieri venivano rimessi in viaggio, sempre su convogli-bestiame, per giungere alfine, il 20 ottobre, alla volta di Leopoli, ove in un castello-fortezza (una delle cosiddette “cittadelle”) aveva sede lo Stalag 328.

Qui Brignole venne subito scelto come comandante italiano, con il gradimento dei suoi commilitoni e dei tedeschi. Questi ultimi erano per natura portati a rispettare i valorosi, e facevano molto affidamento sulla sua figura, speranzosi com’erano di poterlo ancora arruolare (nonostante i suoi molteplici rifiuti), o di convincerlo ad esercitare quella funzione di propagandista per i vari lager per la quale erano molto richiesti gli ufficiali pluridecorati al valore militare. A determinare la scelta da parte degli italiani fu invece soprattutto quella sua saldezza morale che si sapeva non sarebbe mai venuta meno; ma influì anche un altro movente: siccome ciascuna Forza Armata aveva un proprio candidato all’esercizio di tale ruolo, e nessuna intendeva rinunciare nel timore di una presunta diminuzione di prestigio, si potè raggiungere un’intesa soltanto sull’esponente della Marina, grazie al fatto che in qualità di decorato di medaglia d’oro fu «considerato al di sopra delle parti» (5).

Brignole dunque si insediò subito nella baracca-comando che gli era stata riservata, mettendo rapidamente in piedi un ufficio organizzativo piuttosto efficace, benchè povero di uomini e di mezzi: un ufficiale fungeva da segretario, un altro da interprete. Il suo compito principale era ovviamente quello di sollecitare il comando tedesco al fine di migliorare il trattamento riservato ai prigionieri, specialmente per quanto riguardava il vitto e il vestiario, e non faticò – in quei primi giorni d’internamento in cui i tedeschi ancora contavano di riuscire ad attirare dalla loro un buon numero di italiani – ad ottenere una distribuzione di coperte pesanti.

Occorreva però darsi anche da fare per esercitare un’azione positiva nei confronti dei compagni. Una delle prime preoccupazioni di Brignole in tal senso fu quella di organizzare attività culturali e ricreative che imponessero agli internati un impegno intellettuale capace di sottrarli – per quanto fosse possibile – all’abbrutimento psicofisico in cui l’ambiente rischiava di gettarli: raccogliendo tutti i libri disponibili fu costituita una biblioteca, e utilizzando le competenze di alcuni ufficiali presenti nel lager vennero istituiti corsi a livello universitario di diritto, di lingue, di ingegneria e di architettura, al termine dei quali veniva anche conferito un “certificato di frequenza”, regolarmente timbrato e firmato da Brignole, nominato per l’occasione Magnifico Rettore dell’Università di Leopoli (6). Un altro riguardo fu quello di tenere alta la dignità attraverso la cura dell’aspetto fisico: la rasatura quotidiana e la perfetta conservazione dell’uniforme, unitamente all’osservanza di una condotta consona al grado, dovevano costituire strumenti di autodisciplina per gli internati, ma al tempo stesso anche una dimostrazione ai tedeschi dell’attaccamento degli italiani nei confronti del proprio onore e dell’Istituzione militare nella quale essi si riconoscevano.

Fu così che quando in dicembre il Maggiore Marcello Vaccari giunse al campo, nel tentativo di convincere Brignole e gli altri ad aderire alla RSI, si vide opporre un freddo rifiuto. Il Tenente di Vascello era comprensibilmente una preda ghiotta per un propagandista, in quanto, dalle informazioni che lo stesso Vaccari aveva raccolto su di lui al Ministero degli Esteri a Berlino, risultava noto per la sua attività antifascista, e da una sua eventuale adesione sarebbe dipesa conseguentemente quella di molti tra i suoi colleghi e subalterni. Di fronte alle insistenze di Vaccari (il quale come rappresentante dell’ente di assistenza degli italiani internati avrebbe dovuto parlare di ben altri argomenti) Brignole tagliò corto rispondendo che il suo unico desiderio era quello di morire (7).

 

Il sistema del lager

È opportuno a questo punto cominciare ad introdurre una riflessione, che è quella che dà il senso al presente contributo. Pur senza ripercorrere le vicende degli IMI, sembra sufficientemente chiaro come il contatto con i lager e con il regime che vi regnava fosse tale da causare ai prigionieri una perdita di consapevolezza del proprio ruolo di militari e di uomini: infatti, mediante strumenti scientificamente concepiti, come il trattamento inflitto (in termini di depredazioni, spogliazioni, punizioni, maltrattamenti e assassinii), la fame persistente, l’esposizione al freddo, la precarietà della salute, la lontananza dalle famiglie e in genere la mancanza di libertà, i nazisti cercavano di ridurre gli italiani a oggetti, spersonalizzandoli e privandoli dell’esercizio sereno della propria volontà, così da indurli più facilmente a piegarsi e a “collaborare” con l’ex-alleato. A ciò si aggiunga che le condizioni particolari in cui si trovava l’Italia – divisa in due, con due autorità istituzionali nettamente contrapposte e due eserciti – imponeva agli internati una scelta che non era né facile né ovvia; tanto più che al riconoscimento della RSI come propria patria erano connessi benefici immediati tutt’altro che trascurabili, come la mitigazione delle sofferenze, il miglioramento del vitto, il rimpatrio e la libertà.

Il dramma morale degli internati consistè in effetti con il dovere continuamente fare i conti con se stessi, rinnovando giorno dopo giorno la scelta volontaria di rimanere nel lager piuttosto che uscirne in buone condizioni fisiche. Di fronte a tali incertezze la coscienza individuale aveva certamente bisogno di confrontarsi con quella del “gruppo”, e di trovarvi conferma e sostegno: Brignole seppe cementare in questo senso una comunità pervasa degli stessi valori che occorrono sul campo di battaglia; ragion per cui chi aderiva alla RSI si sentiva moralmente come un disertore.

La scelta degli IMI è stata analizzata con metodo sociologico da Giuseppe Caforio e da Marina Nuciari (8), i quali, nell’esaminare i diversi motivi che condussero al «no», non hanno mancato di rilevare che la fedeltà al giuramento costituì un punto di riferimento importante, che partendo soprattutto dagli ufficiali finì con l’influenzare in maniera forte, attraverso la forza dell’esempio, le decisioni dell’intero gruppo (9). Io penso che, seguendo un tale ragionamento, non sarebbe stato improduttivo analizzare anche l’incidenza avuta dagli Anziani del campo nel determinarsi e nel rafforzarsi di tali sentimenti; ne costituisce buon indizio la circostanza – puntualmente rilevata dai due autori – che spesso la giustificazione del rifiuto non fu “chiusa” e immodificabile, ma piuttosto, scaturita da un diniego istintivo, ebbe una sua maturazione, durante la quale si chiarì e si precisò, acquisendo una lucidità che all’origine non possedeva (10).

 

Da Deblin a Sandbostel

Il 2 gennaio Brignole e i suoi dovettero partire alla volta del lager 307 di Deblin, poco più a sud di Varsavia. Al loro arrivo, gli italiani vennero immediatamente depredati di ogni effetto personale di un qualche valore. Brignole assunse anche qui la carica di Anziano, esercitandovi un ruolo particolarmente delicato, che si muoveva sostanzialmente su due direzioni: ai commilitoni egli richiedeva correttezza e rispetto scrupoloso del regolamento, per non provocare reazioni violente da parte dei tedeschi, che a mano a mano che i mesi trascorrevano (e con essi i rifiuti ad aderire) si mostravano sempre più duri e spietati; presso il comando tedesco, invece, esercitava continuamente proteste per il trattamento riservato agli internati italiani, cercando al contempo di difendere coloro che venivano accusati ingiustamente di piccole violazioni. «Loro mi rimproveravano alcuni episodi vietati dal regolamento – raccontò al giornalista Pier Paolo Cervone – e io cercavo di sminuire, assicurando un mio intervento. Io protestavo per l’alimentazione insufficiente e le pessime condizioni igieniche del campo e loro garantivano un interessamento. Difficilmente mantenevano le promesse» (11).

Nel marzo 1944 nuovo trasferimento, questa volta a Sandbostel, dove il Comandante Brignole (nel frattempo promosso in servizio permanente effettivo) era già atteso: da qualche giorno infatti gli internati dovevano proporre ai tedeschi il loro Anziano, ma avendo saputo dell’imminente arrivo dell’eroe di Genova rimandavano continuamente l’elezione. La scelta era importante, perché nel lager X B le condizioni di vivibilità erano preoccupanti, e la disciplina durissima; il comandante tedesco, capitano Pinckel, odiava gli italiani, e gli uomini ai suoi ordini risentivano pressochè tutti di questa ostilità, sentendosi in tal modo legittimati ad operare ogni vessazione. «Ci occorreva – riferisce il cappellano don Luigi Pasa – una persona, anzi una personalità di prestigio, capace di tutelarci in quel tanto che il nemico avrebbe acconsentito. Brignole, signore nel tratto, cortese, affabile con tutti, e nello stesso tempo capace di imporsi e farsi rispettare anche dai tedeschi, fu subito accettato da questi, che ci tenevano ad aver a che fare con un alto decorato» (12).

La sua prima attività consistè nel dare agli internati un inquadramento spiccatamente militare, ben sapendo che questo sarebbe stato l’unico modo per risollevare il morale con una iniezione di energia: furono dunque costituiti tre battaglioni, il primo al comando del Cap. Thun, il secondo del Ten. Vasc. Mosetti, il terzo del Cap. Persiani. «Il Comandante Brignole - annotò un IMI nel suo diario – raccomanda disciplina per rispetto a noi stessi e alla nostra causa (24-7-’44)»; e ancora: «il Comandante Brignole raccomanda “in questi, momenti, disciplina, contegno, dignità (7-6-’44)» (13).

Altro pensiero fu subito per i malati dell’ospedale, che egli andava a trovare con animo generoso e caritatevole, sino a quando i tedeschi non decisero di impedire ogni visita; allora si prese cura dell’infermeria, adoprandosi per un migliore trattamento ai degenti. Inoltre cercava di parlare sistematicamente con tutti gli ufficiali, baracca per baracca, non soltanto per rendersi conto dei loro problemi (che poi erano anche i suoi), ma anche e soprattutto per spronarli ed esortarli alla resistenza.

Le sue continue proteste presso i tedeschi, formulate ora con quel garbo innato che lo distingueva, ora con energici scatti d’indignazione, fecero di lui ben presto il faro che guidava la resistenza a Sandbostel: in una circostanza, di fronte alle sue reiterate richieste i tedeschi accordarono a tutti gli internati, seppur per breve periodo, circa 900 g di patate al giorno; in un’altra occasione, quando i tedeschi requisirono le coperte personali, egli si recò al comando tacciandoli apertamente di ladrocinio, senza peraltro che nessuno tra loro avesse il coraggio di assumere provvedimenti nei suoi confronti, un po’ per la stima di cui indiscutibilmente godeva, un po’ anche per l’attenzione con cui veniva guardato dal comando supremo.

I nazisti infatti continuavano a circuirlo con offerte allettanti, affinchè collaborasse: un giorno gli si offriva un posto all’Ambasciata a Berlino, l’indomani un comando prestigioso, qualche giorno più tardi altre cariche imprecisate, sino a che, nel luglio del 1944, non gli fu proposto soltanto e semplicemente di rimpatriare e fare ritorno a casa anche senza firmare adesioni e impegni a favore della Repubblica o dei tedeschi: ed egli ancora una volta rifiutò, nella convinzione che il suo posto fosse accanto ai compagni, e che il suo dovere consistesse nell’operare per aiutarli. «L’alto sentire di questo marinaio per la patria lontana – scrisse don Pasa – era un esempio stimolante per quanti, accasciati, prostrati, si sentissero di aderire alla repubblichetta italiana d’allora» (14).

L’opera di Brignole a Sandbostel era particolarmente delicata, poiché nello stalag XB si moriva per un nonnulla. La notte fra il 6 e il 7 aprile la fucilata di una sentinella colpì il Cap. Antonio Thun von Hohenstein, un nobile boemo divenuto italiano dopo la grande guerra, che nei giorni precedenti aveva più volte rifiutato alcune proposte, particolarmente insistenti, di “optare” per la RSI; benchè egli fosse ferito gravemente, i tedeschi tennero a distanza i suoi compagni, impedendo che venisse trasportato in infermeria se non dopo qualche ora, quando però era già troppo tardi. Il giorno precedente il Cap. Thun aveva dato a un tedesco il proprio orologio d’oro, in cambio probabilmente della promessa di un po’ di pane; quella notte aveva combinato un appuntamento col soldato per ricevere il dovuto (15). Brignole anche in quel caso dovette imporsi per ottenere il consenso alla celebrazione del funerale, al quale poterono partecipare soltanto trenta ufficiali, guardati a vista dai tedeschi.

La mattina del 28 agosto il tenente Vincenzo Romeo, uscito dalla baracca in maglietta e mutande per lavarsi, nell’approssimarsi alla pompa dell’acqua fece istintivamente l’atto di appoggiare l’asciugamano al filo spinato (che ai prigionieri era fatto divieto assoluto di toccare), quando improvvisamente una sentinella che stava a pochi passi lo freddò con un colpo mirato precisamente al cuore. Morì con la parola «mamma» sulla bocca. Ancora una volta, con gravi rischi per la propria incolumità personale, Brignole dovette interporsi fra i tedeschi e i suoi compagni, che facevano per dirigersi verso l’uccisore gridando ripetutamente «assassini», e riuscì a riportare fortunosamente l’ordine prima che i nazisti aprissero il fuoco sulla massa. Peraltro a Sandbostel, oltre a questi due casi che furono forse i più eclatanti, molti altri assassinii furono compiuti ad opera di sentinelle che agivano indisturbate (ed anzi con l’approvazione del capitano Pinckel): proprio il giorno di Natale – per ricordare un altro caso ancora – moriva, dopo una lenta agonia in infermeria, il tenente Umberto Quagliolo, ferito da una sentinella dieci giorni prima, al quale non era stato concesso il trasporto in ospedale per un intervento chirurgico assolutamente necessario. Per non citare i decessi avvenuti a decine in infermeria, dove mancavano i più elementari medicamenti, e che vanno perciò ascritti nell’elenco dei delitti.

Il periodo di comando di Brignole a Sandbostel viene unanimemente ricordato come un momento di rinascita spirituale del campo. Il 10 giugno, in occasione della festa della Marina, si celebrò la messa solenne nella cappella; Brignole era in prima fila, e ai lati dell’altare aveva schierato due Guardiamarina. Tutti i marinai convenuti sfoggiavano la loro uniforme migliore (cosa non facile in quel frangente), e quelli che si trovavano più a malpartito cercarono comunque in tutti i modi di procurarsi qualche indumento o accessorio di colore bianco candido che richiamasse alla memoria la loro appartenenza alla R. Marina. «I pochi portati qui con le loro cassette – ricorda Guareshi – hanno tirato fuori la foderina bianca del berretto, la camicia buona, la divisa buona. Gli altri, arrivati qui in maglione e in sandali, hanno frugato affannosamente nel fagottello di roba racimolata lungo il viaggio, si sono raccomandati a tutti gli amici, ma alla fine qualcosa di bianco l’avevano anche loro. Magari soltanto un colletto appuntato con gli spilli sul maglione blu» (16). La cerimonia impressionò non solo i marinai, ma anche tutti gli altri ufficiali, i quali si resero conto della straordinaria importanza del momento.

Quando Brignole fu sollevato dalla carica di Anziano, assunta da un tenente colonnello appena giunto da Küstrin, non pochi avvertirono la differenza; Guareschi ebbe a notare che nel volgere di venti giorni tutto era cambiato in peggio: nel lager quello che conta è il valore personale, e Brignole «dava al campo un tono di spavalda italianità» (17).

 

Da Fallingbostel alla liberazione

Nel febbraio 1945 Brignole, insieme a un migliaio di ufficiali, venne trasferito nel lager XI B di Fallingbostel, dove fu chiamato a coadiuvare, in qualità di Fiduciario, l’Anziano del campo Ten. Col. Guzzinati (altra straordinaria figura di Comandante). Con il peggioramento della sitazione militare per l’Asse, si aggravavano anche le condizioni di vita degli internati, che vedevano calare il vitto giorno dopo giorno, e che furono a un certo punto precettati per essere avviati in maniera forzata al lavoro coatto in sostituzione dei tedeschi alle armi: ancora una volta Brignole dovette chiamare a raccolta le migliori energie morali del campo per resistere alle minacce e alle violenze dei nazisti, assistendo in maniera risolutiva l’ottimo Col. Guzzinati. Furono esemplari le parole pronunciate da quest’ultimo nel mezzo di un lungo discorso agli ufficiali: «Noi non vogliamo, non dobbiamo, non possiamo riconoscere il governo di Mussolini; noi ci consideriamo nemici della Germania e della repubblica italiana; noi non vogliamo né possiamo lavorare per la resistenza tedesca e rifiutiamo ogni collaborazione» (18).

Brignole intanto non trascurava mai le visite agli ammalati, per lui estremamente penose. Lo addolorò in particolare l’agonia del suo amico Ten. Vasc. Camicia, che aveva contratto la tubercolosi nell’autunno del 1944, e a causa dei pochi mezzi era stato mal curato; neppure dopo la liberazione, quando gl’inglesi misero a disposizione tutto il necessario, il male potè essere arrestato, e l’ufficiale morì in un ospedale di Merano proprio pochi giorni dopo il rimpatrio (19).

Il 13 aprile i tedeschi abbandonarono il campo, che tre giorni più tardi fu liberato dagli inglesi. Il 18 successivo gli ufficiali delle diverse nazionalità poterono finalmente esporre le proprie insegne; e anche nel reparto degli italiani si svolse l’alzabandiera, utilizzando proprio quella della Calatafimi che Brignole aveva sempre tenuto con sé a prezzo di mille rischi. L’opera del Comandante non era però ancora conclusa: benchè liberi, gli italiani dovevano infatti rimanere organizzati militarmente in attesa del rimpatrio, che non fu affatto rapido. Trasferiti tutti a Münster, Brignole fu incaricato del comando degli ufficiali subalterni (poco meno di un migliaio), del cui comportamento egli era responsabile: «Ci eravamo comportati con dignità e fierezza durante la prigionia – raccontò al giornalista Cervone – dovevamo fare altrettanto di fronte agli alleati. Senza perdere la testa. Ho diviso il mio reparto in nove compagnie e ristabilito l’adunata generale […] L’alza e ammaina bandiera è stata ripristinata» (20). Il 3 settembre anche il Comandante Brignole poteva finalmente mettere piede sul treno che l’avrebbe ricondotto nella propria Patria e alla propria famiglia.

 

Conclusioni

La scelta degli IMI venne pressochè ignorata per decenni, cosicchè ancora oggi, pur essendo riconosciuta unanimemente come una fondamentale forma di resistenza attiva nel confronti del nazi-fascismo, essa continua a risultare comunque poco nota rispetto ad altri tipi di resistenza, come per esempio quella partigiana. La storia degli IMI è la storia di una grande maggioranza di militari (di tutti i gradi e di tutte le Forze Armate), colpevoli soltanto di essere italiani, che per oltre venti mesi d’internamento subirono fame, freddo, percosse, malattie, angherie, uccisioni e intimidazioni attuate con sistema terroristico, e che tuttavia mai si piegarono ad aderire alla Repubblica di Mussolini, mantenendo fede al giuramento prestato e alla propria coscienza, anche nei momenti più drammatici e quando tanti buoni motivi di opportunità consigliavano di “optare”. Quei «NO» mille volte detti (a voce alta o in silenzio) e quelle firme mai messe in calce alle formule di adesione costituiscono una delle più gloriose pagine della nostra storia.

È indiscutibile che in ciò larga parte abbia avuto l’istruzione professionale appresa dagli ufficiali, dai sottufficiali e dalla truppa fin dai primi mesi di servizio, ad attestare quindi “sul campo” l’efficacia del “sistema” di formazione e di trasmissione dei valori condivisi in ambiente militare; tuttavia è altrettanto evidente che, indipendentemente dal valore dei singoli, la situazione bestiale in cui gli IMI si vennero a trovare, unitamente all’angoscia per la sorte personale e dei propri cari, induceva troppo facilmente al decadimento morale, al rilassamento della disciplina interiore, al cattivo umore, alla mancanza di solidarietà, all’abbandono della dignità: per dirla insomma con un’espressione del Ten. Col. Testa, comandante a Wietzendorf, alla «pratica del lasciarsi andare», che era esattamente la condizione psico-fisica in cui i tedeschi volevano ridurre i loro prigionieri.

In tale situazione divenne decisiva la presenza di un valido comandante italiano del campo, capace di circondarsi dei migliori ufficiali, e con le idee ben chiare sul da farsi. Aldilà delle azioni che seppero intraprendere verso le autorità tedesche per rivendicare condizioni di vita più sostenibili a favore dei propri uomini (sortendo spesso pochi effetti, a dire il vero), furono proprio comandanti siffatti – Brignole in testa – a definire con lucida consapevolezza una linea di condotta e ad indicare ai propri compagni d’internamento la strada da seguire, portandoli a riconoscere nei tedeschi, senza più alcuna esistazione, i nemici; a ritrovare nelle “stellette”, simbolo della disciplina militare, quella regola interiore e quella dignità che, avvilite ma mai del tutto spente, potevano consentire di resistere; a sopportare infine la mancanza di libertà, la propaganda nazi-fascista e le condizioni ambientali facendo ricorso alla fierezza di chi – ancora imbattuto – aveva un passato da salvaguardare, un onore da difendere e, forse, un futuro da costruire.

 

 

NOTE

(1) I tedeschi negarono ai militari italiani la qualifica di «prigionieri di guerra», utilizzando invece quella di Italienische Militär-Internierten («Internati Militari Italiani» o IMI), che precludeva loro di godere del trattamento previsto dalla Convenzione di Ginevra, e in particolare: di essere tutelati dalla propria Patria; di ricevere viveri, medicinali e vestiario dalla CRI; di avere ispezioni al campo da parte di enti ed istituzioni internazionali; per gli ufficiali di rifiutare il lavoro, e per la truppa di lavorare in condizioni dignitose.

(2) Le figure che i tedeschi riconoscevano in una certa misura tra gli internati, in analogia con l’articolo 43 della Convenzione di Ginevra del 27 luglio 1929, erano le seguenti: - negli Oflag un Anziano del campo (Lagerälteste) nominato dal Comando tedesco o eletto dagli stessi internati, e individuato normalmente nell’ufficiale di grado più elevato (o di maggiore anzianità di nomina o di età), nonché qualche Fiduciario preposto ai rapporti (inesistenti) con la CRI; - negli Stalag un Fiduciario scelto fra i sottufficiali anziani o fra gli ufficiali subalterni; - nei campi di punizione e di lavoro un intermediario generico o portavoce. Nella memorialistica le cariche suddette vengono spesso confuse, anche perché gli internati chiamavano le loro guide con il titolo di Comandante, più rispondente alle responsabilità assunte in contesto militare, e implicante anche il riconoscimento di una precisa funzione resistenziale.

(3) N. a Noli (SV) il 6 ottobre 1906 e m. a Genova il 30 luglio 1992.

(4) Per gli avvenimenti di quei giorni sono fondamentali le testimonianze del Comandante Brignole raccolte nella biografia di Pier Paolo Cervone, Comandavo la Calatafimi, Savona, Sabatelli, 1990, pp. 79 sgg.

(5) Cervone, op. cit., p. 89.

(6) Cervone, op. cit., p. 92.

(7) Gerhard Schreiber, I Militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma, Uff. Storico dell’Esercito, 1997, p. 518.

(8) Giuseppe Caforio e Marina Nuciari, «NO!» I soldati italiani internati in Germania. Analisi di un rifiuto, Milano, Angeli, 1994.

(9) Secondo gli autori, «si realizza una specie di catena di motivazioni di natura diversa che si sostengono a vicenda: l’ufficiale si sente vincolato al giuramento fatto, ai valori di lealtà e fedeltà alla Patria, e questi impegni lo spingono e lo sostengono nella decisione di non collaborare. Questi valori si trasmettono e vengono fatti propri dai soldati, i quali, sia consapevolmente, sia per adeguamento a una figura autoritaria cui si riconosce la capacità di scegliere per il meglio, prendono a modello i comportamenti degli ufficiali e ne fanno il comportamento selezionato e sostenuto dal gruppo» (op. cit., p. 42). A mio parere un tale meccanismo, ineccepibile in sociologia, andrebbe corretto tenendo conto che: 1) i tedeschi operarono fin dai primi giorni d’internamento per separare gli ufficiali dai soldati, e gli ufficiali in s.p.e. da quelli di cpl.; 2) come emerge da molta memorialistica, non sempre la truppa era disponibile a fare riferimento agli ufficiali per trarne esempio di condotta, persistendo una distanza sociale molto radicata. Da qui la necessaria riconsiderazione della figura dell’Anziano o del Fiduciario.

(10) Op. cit., p. 36 passim. Gli autori individuano difatti una motivazione che definiscono «rifiuto ideologico», e che collegano alle ideologie cattolica, marxista, liberale, nonché a una quarta “generica”. Dietro a quest’ultima ritengo che potrebbe in molti casi celarsi l’opera degli Anziani.

(11) Cervone, Op. cit., p. 103.

(12) Luigi Pasa, Tappe di un calvario, Napoli, Cafieri, 1969 (4a), p. 101 sgg.

(13) Orlando Lecchini, Per non chinare la testa, Pontremoli, Il Corriere Apuano, 1988, risp. p. 21 e p. 63. Lo stesso registra come, all’atto dell’insediamento di Brignole il 1°-4-’44, vi fossero però anche resistenze alla sua linea: «Sia il Comandante tedesco che il Comandante italiano esigono la disciplina. Ma quali scene nella nostra baracca: si contesta il diritto di imporre una disciplina» (p. 18).

(14) Luigi Pasa, Op. cit., p. 102. È appena il caso di rilevare come, per il suo comportamento nei lager nazisti – e specialmente a Sandbostel in occasione del rifiuto di rimpatriare – ai sensi della normativa vigente il Comandante Brignole avrebbe potuto a buon diritto ottenere una seconda medaglia d’oro al valore militare, della quale sarebbe stato pienamente meritevole senza dubbio alcuno.

(15) Il Ten. Odorizzi seppe dal vicino di letto di Thun che il Capitano era uscito dalla baracca portando con sé due orologi e alcune sterline, per cederli ai tedeschi in cambio di un po’ di alimenti per sé e per i compagni. Egli era la persona più indicata, in quanto conosceva bene la lingua, e si era esposto sempre a rischi elevati, sino appunto alla morte (Tullio Odorizzi, Un seme d’oro, Trento, Graf. Artigianelli, 1984, pp. 165-166).

(16) Giovanni Guareschi, Diario clandestino, Milano, Rizzoli, 1949, p. 88.

(17) Giovanni Guareschi, Ritorno alla base, Milano, Rizzoli, 1989, p. 79.

(18) Testimonianza del S. Ten. Carmelo Cappuccio, in Paride Piasenti (cur.), Il lungo inverno dei lager, Roma, ed. ANEI, 1983 (2), pp. 358-359.

(19) Testimonianza di Brignole, in AA.VV., Uomini e tedeschi, Milano, ed. per la Casa di Arosio, 1947, pp. 85-86.

(20) Cervone, Op. cit., p. 129.

 


Data di creazione: 16/05/2003
Data di modifica: 17/03/2005
 
powered by
In questa sezione
Gli internati militari italiani nei lager del Terzo Reich
Il soldato italiano nel lager nazista
Guida allo studio degli Internati Militari Italiani nei lager del Terzo Reich
Il paradosso del lager simbolo della libertà ( di G. Gardini)
Testimonianza del Generale di Corpo d'Armata Egisto Fanti
Testimonianza di Astro Gambari
Noi della «Juventus»: testimonianza del Sergente Maggiore Angelo Pezzoli
Testimonianza di Mariano Donati
Dal Diario di TOMMASO A.MELISURGO
Diario del Col. Grasso, internato militare nel lager 367 di Czestochowa
Le ultime ore di vita del Maggiore Aurelio Piccinino
Don Luigi Pasa, Salesiano, Cappellano Militare nei lager del terzo Reich
Giuseppe Brignole: un comandante italiano nei campi di prigionia
RADIO CATERINA la radio della speranza (di Renzo Casagrande)
La “Caterina”: una radio clandestina nei lager del terzo Reich (di Elisa Cassi)
L’incredibile odissea di don Nicola Ricchini
Paolo Caccia Dominioni resiste ai tedeschi
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Tempio dell’Internato Ignoto e Museo dell'Internamento
Omaggio a Guareschi
La «città democratica»: Giovannino Guareschi giornalista militare nei lager del terzo Reich
Il destino degli Internati Militari Italiani nel Land Niedersachsen 1943-1945
Il Ten. dei Carabinieri Leo Barattini, eroe di Odolena Woda
Celebrazioni per il 60° Anniversario della Liberazione a Imola

Informazioni sulla scuola

Vai ai Forum
 
Istituto Paritario Giacomo Leopardi - Via Nazario Sauro 1/2 Bologna 40121 BO -